Alcune considerazioni sul ricambio generazionale nel Terzo Settore

Il mondo economico cambia rapidamente mentre le Cooperative Sociali – che ogni tre anni potrebbero modificare il proprio Consiglio di Amministrazione – conservano nei ruoli chiave dei propri organigrammi le stesse persone per molti anni. Una situazione di stallo che potrebbe cambiare profondamente nei prossimi anni.

Lavorare in una cooperativa sociale è un’esperienza arricchente e molto stimolante soprattutto per uno come me da sempre interessato a dinamiche di gruppo e organizzazione aziendale.

In una cooperativa, infatti, non vi è un unico imprenditore che “giocando con soldi propri” è chiamato a prendere decisioni; in cooperativa tutto è affidato ad un Consiglio di Amministrazione eletto direttamente dai soci. Se in una azienda tradizionale l’operaio non ha possibilità di entrare in CDA, in una cooperativa la dinamica è completamente ribaltata: tutti i soci si possono far eleggere ed entrare nel Consiglio di Amministrazione.

Questo sulla carta. In realtà come vedremo le cose sono un po’ più complesse ed evidenziano, ancora una volta, come dinamiche di leadership e motivazioni personali incidono pesantemente sui processi decisionali e sulla governance nel mondo delle cooperative…già perchè bazzicando nel mondo delle cooperative del veronese da più di 30 anni – prima come famigliare di soci lavoratori, poi come semplice socio ed infine come vicepresidente e membro del CDA – continuo a chiedermi come mai le figure di vertice delle cooperative sociali siano sostanzialmente le stesse da almeno 15-20, in alcuni casi addirittura 30 anni. Da qui la provocazione di definire il democratico mondo della cooperazione un feudo governato dallo stesso “Marchese” per molti anni. Un processo di cristallizzazione delle figure chiave nonostante una cooperativa sia la realtà economica che – per statuto – ha maggiori opportunità di modificare la propria leadership.

IL PERICOLO DI UNA GOVERNANCE CHE NON CAMBIA A FRONTE DI UN MONDO CHE CAMBIA

Si badi bene, non vedo questo aspetto necessariamente come una cosa negativa; la questione però sicuramente spinge a fare alcune riflessioni perchè spesso un ricambio generazionale può portare anche innovazione e una miglior adattabilità ad un mondo economico e tecnologico in continua evoluzione.

Nel 2020 una impresa che non evolve e non sa stare al passo con le sollecitazioni del mercato è destinata al fallimento. Nel 2020 qualsiasi tipo di organizzazione deve avere un proprio sito internet aggiornato, una persona che impieghi almeno una parte del proprio tempo a seguire i social, fare foto e realizzare video. Nel 2020, i presidenti che hanno iniziato la loro carriera all’interno della cooperativa inviando le convocazioni del CDA con posta raccomandata, ora sono invitati a farlo con un messaggino dal telefonino.

Ma non è solo l’aspetto tecnologico quello che crea preoccupazione:

in un mercato sempre più globale e globalizzato, con il mondo del lavoro sempre più smart, con prodotti che in breve tempo entrano prepotentemente nel nostro uso e consumo per poi sparire con la stessa velocità con cui sono arrivati (chi se li ricorda i più i cd? o l’ipod?); siamo sicuri che la governace delle cooperative riesca sempre a rimanere al passo con i tempi?

Questa è la sfida a cui molte cooperative sono chiamate a rispondere in questi anni: continuare a rispondere ad un mondo che cambia diventando sempre più esigente, con personale ai vertici che non è detto sia pronto per farlo.

UN RICAMBIO GENERAZIONALE DI DIFFICILE ATTUAZIONE IN TUTTI I SOGGETTI ECONOMICI

Per dare una risposta a questa cristallizzazione della governance in alcune cooperative sociali vorrei soffermarmi a vedere che cosa succede in altri due soggetti economici che hanno molto punti in comune con le cooperative sociali: le piccole e medie aziende e le associazioni. Analizzando questi due soggetti, il primo aspetto da tenere in considerazione è che il cambio generazionale è un passaggio complicato anche per le aziende tipicamente profit del nostro territorio. Uno dei massimi esperti di Piccole e Medie imprese in Veneto è Franco Cesaro che con la sua Cesaro e Associati si occupa da sempre di aziende famigliari. Franco Cesaro è stato mio docente all’Università e presso la sua realtà ho svolto il mio tirocinio, e ricordo benissimo che il prof non smetteva mai di ricordare che “il 70% delle azienda famigliari non arriva alla terza generazione“, segno evidente di una criticità importante nel momento dei passaggi generazionali all’interno delle aziende. Questi dati sono confermati anche da una ricerca di Infocamere (2012): “Le imprese familiari che hanno affrontato il rischio del passaggio generazionale, sono nel 31% dei casi sono arrivati alla seconda generazione e appena il 15% di esse alla terza” (A.A. V.V. IL PASSAGGIO GENERAZIONALE:DA RISCHIO A OPPORTUNITÀ DI SVILUPPO DELL IMPRESA – A cura di A. Amici 2018)

Le stesse Associazioni, sportive e non, stanno vivendo un momento di forte crisi per quel che riguarda le figure dirigenziali: una ricerca a cui ho avuto la fortuna di collaborare sempre grazie allo Studio Cesaro, condotta nel 2008 sul tema di “famiglia e sport” per conto della Regione Veneto, metteva in evidenza come gli stessi dirigenti a capo delle società sportive alla fine degli anni ottanta, a distanza di 10-15 anni non sono stati in grado di trovare forze nuove che li possano sostituire. In moltissimi casi le associazioni hanno gli stessi presidenti e dirigenti che erano in carica negli anni 90, e questo dato si ripercuote anche a livello nazionale. Il presidente della Fip (Federazione Italiana Pallacanestro) del 1992 è lo stesso Gianni Petrucci che attualmente ricopre quel ruolo: in mezzo 14 anni di presidenza del Coni ma poi di nuovo in sella alla Pallacanestro. Paolo Barelli è presidente della Federazione Italiana Nuoto dal 2000. Luciano Rossi è alla guida della Federazione Italiana Tiro a volo dal 1993.

Il perchè di questa cristallizzazione?

Lasciando da parte per il momento gli esempi dei presidenti di Federazioni sportive (che sostanzialmente fanno questo di lavoro) credo che una prima parola chiave secondo me sia “TEMPO”. Il Tempo da dedicare agli altri attraverso il volontariato in una associazione, il Tempo che non c’è per colpa della modifica degli stili di vita e l’aumento e la segmentazione dei ritmi lavorativi (si pensi solo all’aumento delle ore di lavoro durante i weekend).

Una seconda parola chiave secondo me è il TECNICISMO: le richieste verso le associazioni sono in continuo aumento:

  • allenatori costretti ad accumulare crediti formativi come altre professioni tecnico-sanitarie (a tal proposito un allenatore intervistato durante la mia ricerca condotta per la Regione Veneto mi disse “ma secondo te perchè la maggioranza degli allenatori di basket son divorziati? quante famiglie credi possano reggere 3 sere a settimana per 9 mesi e 2-3 weekend di formazione all’anno”; provocatorio fin che vuoi ma un briciolo di verità c’è in queste parole)
  • la riforma del terzo settore sta obbligando le associazioni a modificare i propri statuti e regolarizzare alcune loro posizioni
  • un Codice Civile che fa ricadere sull’organizzatore di Eventi pesanti responsabilità in caso di infortunio o danni accidentale (a tal proposito si veda un articolo scritto sul mio blog da consulente assicurativo)

Personalmente non sono contrario a questo Tecnicismo, anzi, lo reputo una naturale evoluzione del mondo dell’associazionismo in Italia; solo, tornando al motivo di questo articolo, credo che questa evoluzione porterà sempre più a disincentivare il numero di persone pronte a dare il proprio contributo come dirigente, allenatore, insegnante, presidente, accompagnatore, ecc…all’interno delle associazioni.

Non bastano più persone di buona volontà: servono persone preparate e con molto tempo a disposizione. Un connubio difficile da ottenere in questi anni così frenetici.

RUOLI (POLITICI) CHIAVE IN MANO A RUOLI (ORGANIZZATIVI) CHIAVE

Tornando al mondo della cooperazione in senso lato,va detto che spesso questo mancato ricambio delle figure di vertice può esser visto come uno strumento di tutela e salvaguardia delle cooperative stesse. Il concetto che “tutti possono entrare in CDA” – infatti – ha bisogno di alcune precisazioni.

Provo a spiegarmi meglio: niente in contrario ad una apertura di ruoli politici al maggior numero di soci, io per primo mi sono sempre battuto per evitare l’acclamazione del CDA con 7 candidati e 7 eleggibili promuovendo invece elezioni ad ogni nuova nomina dei membri del Consiglio di Amministrazione in CPL SERVIZI; ma non dobbiamo dimenticare che il CDA è essenzialmente un organo decisionale, è la stanza dei bottoni dove si prendono le decisioni strategiche per la Cooperativa.

Tanto più il Consiglio di Amministrazione è composto da soci preparati e lungimiranti, tanto più la cooperativa riuscirà a navigare in acque tranquille e magari a maggior velocità. Ecco allora che si spiegato un secondo motivo della nascita di quello che provocatoriamente ho chiamato Feudo: le Cooperative posizionano nei ruoli politici chiave i propri personaggi chiave e difficilmente poi li spostano.

I PIONIERI

La vera domanda allora è “perchè non si riescono a spostare alcune figure storiche?”

La risposta più immediata e sincera è legata alla RICONOSCENZA. Essere stati cooperatori nel 1990 non è la stessa cosa che esserlo ai giorni d’oggi. Gli anni 80 e 90 sono stati gli anni dei pionieri per la cooperazione in Italia: molte cooperative, hanno recepito i bisogni del territorio ben prima delle istituzioni. CPL SERVIZI ad esempio, nell’est veronese ha messo in campo formule lavorative e strategie di assistenza a persone disabili che son servite da stimolo al legislatore ben dieci anni dopo.

Le cooperative negli anni 80 e 90 hanno saputo intercettare il malessere di persone in difficoltà nella cura dei loro cari ed hanno raccolto la sfida di unirsi per provare a trovare risposte a questo malessere. E molto spesso queste risposte hanno significato enormi sacrifici per i soci lavoratori:

  • firme in banca fatte a tutela del capitale impegnando la propria casa ed i propri averi
  • quote sociali molto alte
  • ore di volontariato,
  • banchetti fuori dalla chiesa,
  • pesche di beneficienza,
  • domeniche dedicate al lavoro e rubate alla propria famiglia;

in una parola Pionieri.

Pionieri che in molti casi sono entrati nel mondo della cooperazione attribuendo a questa scelta una personale scelta di vita. Provocatoriamente possiamo dire che hanno in pratica Sposato la propria cooperativa. Questa scelta, essenzialmente valoriale, ha permesso alle cooperative di strutturarsi e di crescere grazie ad ore di volontariato di soci lavoratori che hanno sudato per quello che ritenevano la buona causa.

Ora però, presentano il conto. Non è difficile sentire nelle varie discussioni di cui il mondo della cooperazione è pieno la frase che il vecchio rivolte al giovane neo arrivato:

“quando avrai fatto tutto quello che avrò fatto io…allora potrai parlare”.

Qui non ci sono norme che tengono, qui si spiega tutto, in questa frase si riassume sia il grande valore della storia cooperativistica italiana, sia alcuni aspetti che impediscono il ricambio generazionale esponendola ai rischi di arretratezza o semplicemente di perdita di talenti. Una frase magari non detta in maniera verbale ma dimostrata nei fatti e nelle varie discussioni.

Il pioniere di 20 anni fa, ora è venerato in cooperativa. Gli ex lavoratori rimasti soci identificano il pioniere come il rappresentante degli antichi valori della cooperativa. I nuovi arrivati vedono il pioniere come il modello da seguire all’interno dell’organizzazione, colui a cui bisogna obbedire. Una sostanziale spinta dal basso verso l’alto che spinge il socio pioniere a diventare “il più socio tra i soci” ed al tempo stesso lo isola tremendamente.

Se hai un dubbio chiedi al pioniere, ma se il pioniere ha un dubbio a chi chiede? In questo caso mi sento di proporre almeno 4 risposte e le elenco in ordine inverso di priorità: dalla più semplice e scadente alla più funzionale (sempre con i dovuti distinguo):

  1. al proprio passato: il pioniere è anche testimone della storia della cooperativa e pertanto fa riferimento a soluzioni già adottate in altre occasioni;
  2. ad altri pionieri: per questo nascono i consorzi e le cene tra amici;
  3. ad un consulente esterno, da qui la figura del Consulente di Direzione
  4. si confronta con gli altri soci collaboratori;

Tanto più il Pioniere ha modo di confrontarsi, riesce a delegare e coinvolgere i propri collaboratori, tanto più la cooperativa mantiene quella sua caratteristica di soggetto dinamico (e pronto a recepire le esigenze di un mercato/territorio) che la dovrebbe contraddistinguere dagli altri soggetti economici.

I NUOVI COOPERATORI. TECNICI MULTITASKING

Si è detto dei soci storici della cooperativa, quelli diventati presidenti e che chiamiamo Pionieri, quelli che hanno donato ore e ore di volontariato per “la buona causa”; ora vorrei soffermarmi sui nuovi cooperatori. Parlo di quella generazione tra i 35 e i 50 anni, in media son persone laureate che hanno già trascorso 5-10 anni all’interno della cooperativa e cominciano a chiedersi se non sia giunta l’ora di iniziare a “contare qualcosa”.

Sono entrate in cooperativa per sbaglio: cercavano un posto di lavoro hanno inviato il cv e sono stati assunti. Pian piano si son fatti la gavetta: co.co.co, contratto a tempo determinato, una o più maternità, contratto a tempo indeterminato, aumento di ore, responsabile di qualche progetto e ora responsabile di area. Sono li per meriti, hanno sicuramente rifiutato qualche altro lavoro più remunerativo ma meno sicuro, ma hanno soprattutto lavorato nell’ombra, sono quelli che

  • hanno organizzato la convencion ma hanno poi lasciato parlare il presidente;
  • hanno ideato e scritto i progetti che hanno presentato i presidenti;
  • scrivono sui social, perchè il presidente non ne è in grado;
  • conoscono le varie piattaforme di acquisto in rete per le pubbliche amministrazioni;
  • gestiscono contemporaneamente più aspetti, tra loro molto diversi, dimostrando doti di pluridisciplinarità che il mondo delle organizzazioni profit invidia;
  • ecc…

In una parola tecnici multitasking.

IL DIFFICILE EQUILIBRIO TRA PIONIERI E TECNICI MULTITASKING: DUE GENERAZIONI A CONFRONTO.

La differenza tra tecnici multitasking e pionieri è abissale: da una parte chi ha imparato sul campo buttandosi in una nuova avventura, rischiando anche con il proprio…dall’altra chi ha studiato, è preparato, ma non è detto che abbia la stessa predisposizione al rischio.

I pionieri degli anni 90 hanno avuto il merito di rispondere “perchè no?” ad ogni nuova sfida, si sono buttati, hanno rischiato e ora sono Presidenti, Direttori, Amministratori delegati. Hanno imparato le cose dalla pratica, con pochi studi e tante prove ed errori. Si guardano indietro e vedono le loro scommesse vinte e le loro avventure andate male. Hanno dato tutto per la propria cooperativa e, per certi versi e sicuramente esagerando, la considerano come una propria creazione, un proprio figlio

A loro ora è richiesto di avere una visione di insieme e di iniziare a guardare al futuro valorizzando il lavoro dei Tecnici Multitasking, pronti a passargli il testimone in un futuro più o meno remoto.

Nel 2020 una figura ai vertici di una cooperativa (sia esso un direttore, un presidente, un amministratore delegato) non ha il tempo e il modo di occuparsi delle cose tecniche e pratiche, non lo può e non lo deve fare.

Deve prendere decisioni e lasciare l’esecuzione agli addetti; tanto più saprà ascoltare quest’ultimi tanto più le decisioni saranno lungimiranti.

I tecnici multitasking da un lato conoscono la complessità di un mondo contemporaneo fatto di comunicazione-marketing-progettazione-ecc.. e sanno che il periodo dell’improvvisazione è teminato; dall’altro si stanno interrogando quale sarà il loro ruolo nel futuro. Sono cioè combattuti se diventare i nuovi capitani coraggiosi oppure se non sia il momento ridimensionare il proprio impegno. Da un lato vedono la loro scalata bloccata dai pionieri, dall’altra si chiedono se davvero il loro futuro sia quello di diventare il nuovo Marchese del Feudo. Da un lato vedono le crepe e sognano scenari diversi per la propria cooperativa, dall’altra si scontrano ogni giorno con le incombenze quotidiane.

E come convivono Pionieri e Tecnici Multitasking? La verità è che in questo momento non potrebbero uno fare a meno dell’altro. I Tecnici Multitasking non sanno se uscire dalla loro zona di comfort garantita dalla presenza dei pionieri che firmano carte e si assumono impegni di responsabilità. I pionieri, ora che hanno raggiunto posizione di vertice, sono arroccati dietro ad una montagna di impegni e incombenze, con il forte rischio di aver smarrito il contatto con la realtà quotidiana, irrimediabilmente lasciata al pragmatismo dei tecnici multitasking.

QUALE FUTURO?

Lo sguardo verso il futuro è a mio avviso, un passaggio difficile e cruciale alle quali gran parte delle cooperative sociali saranno chiamate nei prossimi anni. Sarà un processo lungo, non senza insidie. Un processo che porterà a profondi cambiamenti nel mondo della cooperazione. E’ una partita che si giocherà su un equilibrio difficilissimo perchè il “vecchio” percepisce l’organizzazione come propria e vorrebbe vedere il nuovo arrivato come “il migliore sulla piazza che può portare avanti la tradizione della organizzazione”. Un passaggio generazionale che richiederà a chi lascia la capacità di comprendere che non tutto può continuare essere fatto come è stato fatto e a chi subentra il tatto e la sensibilità di rispettare le tradizioni e la storia della cooperativa.

In consulusione di questo articolo mi sento di dare delle indicazioni su come gestire questo passaggio:

  • Capire se davvero la “vecchia governance” ė disposta, nei fatti e non solo a parole, a programmare un passaggio generazionale. Non ė un’aspetto da sottovalutare il ruolo centrale dei Pionieri in questa fase: sono infatti molti quelli che da un lato lamentano una certa stanchezza ma dall’altro faticano – a volte anche inconsciamente – a fare un passo indietro. I pionieri devono leggittimare e incoraggiare il passaggio generazionale non ostacolare.
  • non avere fretta e procedere per gradi: spesso le giovani leve hanno fretta e vorrebbero tutto e subito. E’ bene tenere a mente che quello che ha reso i Pionieri persone mitologiche e intoccabili è proprio la loro esperienza sul campo…un’esperienza che non si acquista da nessuna parte. Per questo ipotizzo un orizzonte temporale di almeno 5-6 anni.
  • Cercare un Consulente Esterno che possa facilitare questo passaggio, accompagnando le nuove generazione e mediando su inevitabili e naturali conflitti. Il lavoro per un consulente esterno in questo momento è duplice: da una parte rafforzare il Tecnico Multitasking nelle sue competenze, dall’altra rassicurare il Pioniere che il mondo non sta crollando.
  • Esplicitare le intenzioni di fronte ai soci che potrebbero male interpretare, altrimenti alcune mosse e decisioni all interno della Cooperativa.
  • Comunicare per tempo questo passaggio anche con partner, fornitori e, più in generale con tutti gli stakeholder
  • Prevedere un periodo di rallentamento per la Cooperativa consolidando le proprie posizioni per un paio d’anni: il passaggio generazionale ė già di per sé un rischio, di natura interna ma comunque va visto come in rischio. Sarebbe sciocco, una volta ipotizzato un ricambio generazionale, avventurarsi in nuovi progetti che magari richiedono decisioni rapide e repentine con grosse prese di responsabilità. Significherebbe aggiungere un probabilissimo rischio esterno ad un certo rischio interno all’organizzazione.
Fonte:A.A. V.V. – Il passaggio generazionale: da rischio a opportunità di sviluppo dell’ impresa – Franco Angeli Editore – 2018)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *